Non so bene con quale frase iniziare, ma forse questa va bene.
Vorrei che tu fossi un ergastolano chiuso in isolamento e alla
disperata ricerca di parole, e trovassi soltanto le mie. Così
potrei concederne una lunga e spropositata serie per descriverti
tutto quello che vedo e tocco in questo momento, senza per questo
farmi prendere dalla frenesia di essere interessante, conciso,
pertinente.
Vedi, non so se centra, ma io ho fatto la pipì nel letto
fino a dodici anni. Una sensazione che nient'altro ti può
dare. Sfilare in un sogno come un filo in un tessuto di acqua
e amore, ritornare lì dove hai avuto origine. Forse è
per questo che, stanotte, trovando all'improvviso - e contro ogni
buon senso - il dovere di scrivere, ho voluto aprirmi una bottiglia
di Cuvèe del Centenario; che non so se è un buon
vino: in fondo non l'ho scelto per altro che per la pancia della
bottiglia, leggermente più rigonfia e paciosa che l'esile
e severo profilo degli altri che avevo in cucina. E appena adesso
avevo il naso che respirava nel bicchiere e il sapore che mi parlava
di dolcezza e illusione, come se a cavallo della mia attenzione
tutto il mio essere diventasse una pozza di inchiostro ambrato.
Ecco, allora se puoi, oltre ad essere un ergastolano in isolamento,
sbronzati completamente, ti prego! Sì, ne ho bisogno, perché
se tu adesso fossi sbronzo come ti immagino, allora la tua pelle
sarebbe come cosparsa di papille umide: non avresti addosso la
coltre del giudizio con la quale disseccare le mie parole dal
vino... Io sto scrivendo queste parole con il vino e soltanto
con il vino possono essere di nuovo dolci, calde, vive dentro
di te... Vorrei circondarti delle mie parole liquide e molli e
fare una pozza, intorno a te, una pozza di malinconica tenerezza,
per condividere con te la sensazione che avevo quando, nel dormiveglia,
i miei sogni si inzuppavano di bagnato calore e io sprofondavo
indietro, per sentirmi abbracciato da una antica sirena che solo
nei sogni ormai posso trovare.
Ma non ti sto dicendo ancora nulla e già mi sto perdendo.
Mi guardo intorno per trovare qualcosa da descrivere per farti
sentire qui: forse il letto a castello Ikea sopra di me che mi
aspetta, forse le vene delle mie mani, sempre più individuabili,
sempre più simili a come ho sempre visto le mani di mio
padre. Ieri ho comperato la cover gialla per il mio 5210 che ho
qui spento, e mi piace. Sto ascoltando Can you see me now delle
TATU.
E non mi interessa se depone male che io ascolti musica commerciale,
non sono qui per scrivere come se fossi una persona migliore di
quello che sono.
Sono qui per scrivere qualcosa a cui tu non vorresti pensare.
Sono qui per scrivere quello che tutti sanno ma nessuno più
dice.
Perché domani mattina devo duplicare la chiave della posta,
il pomeriggio devo reinstallare il sistema operativo con Andrea
e la sera andrò ad una festa con Ormas, sulla nostra nuova
e ganzissima spider... Ma in un altro domani ci sarà quel
tavolo di acciaio, in quella stanza, e il mio corpo disteso che
viene svestito, che viene cucito, che viene ricomposto. Ci sarà
il mio volto, sì, proprio il mio, quel visino da sognatore
un po' viziato, che verrà imbottito di plastilina e cucito
per assumere un'espressione serena.
Sì, amico mio, sì, sto anch'io pensando che sarà
così anche per te... E credimi, pur non conoscendoti di
persona mi si stringe il cuore e non vorrei, non vorrei che fosse
così anche per te! Le parole qui mi muoiono in gola, continuare
a scrivere mi sembra tremendamente stupido.
No. Noi non fuggiremo dalla sorte di tutti gli altri.
Tu morirai.
Oh, se almeno si potesse morire tutti insieme, in un unica pozza
di sangue ambrato, sprofondati in un unico sogno incantato, abbracciati
l'uno all'altro come un'unica umanità! Che Dio sia stramaledetto
per non esistere! Ecco il perché di queste parole lagnose
e avvinazzate: cerco di far salire l'acqua, di immergermi con
te in un sentimento comune... Ti fa schifo, ti faccio ribrezzo,
puzzo di morte come un becchino? Oh, certo, dimenticavo, si preferisce
ascoltare le liete favole dei prelati che ingrassano vendendo
orizzonti per trapassati, si preferisce trastullarsi con un presente
holliwoodiano che sembra non passare mai, fino alla prima brezza
gelida che annuncia l'imminente crepuscolo. Io tengo conto di
questo, sono una persona elastica. Ti vuoi schernire? Stai erigendo
le muraglie dei 'no, ma, però'? Bene, anzi meglio così.
In effetti, in un primo momento, mi sono stupito che anche le
persone più intelligenti, parlando dell'inesorabilità
della propria morte, aggiravano l'angoscia adducendo imprevisti
copricapi: non ci sarò più quindi perché
preoccuparmi, in qualche modo continuerò ad esistere nello
spazio o in qualche altra forma di vita, non ci pensare finché
sei vivo goditela, no? Mi viene in mente una scena da disaster-movie:
l'enorme onda che sovrasta le vittime mentre loro si proteggono
alzando il braccio o tendendo in avanti le mani, urlando aiuto,
urlando di no. Quante volte, nei film, ho sentito un morente,
un condannato, uno con una pistola contro la pancia sussurrare
penosamente di no. E così anche ora, alle cinque e mezza,
con le dita che si accasciano rallentate sulla tastiera, io lotto
perché questa notte non finisca, e mi tenga con sé
per sempre.
Aiutami.
Ho paura, non voglio morire. Non voglio che venga mai quel momento,
in cui sentirò la pancia contrarsi, il sudore imperlarmi,
il cuore impazzire, il freddo stringermi in uno spasmo e tutto
il mio essere infuriare boccheggiante e incredulo. E tutto il
mio essere, senza emettere voce, urlare dentro di me: no.
NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!
E' per questo che ti sto scrivendo adesso.
Ibernarsi non serve, e poi non potrò mai permettermi la
criogenia. Inoltre, la scienza potrà allungare la vita,
duplicarla, elevarla, ma non può piegare l'universo a perdurare
senza avere una fine, e forse la stessa immortalità sarebbe
una condizione insopportabile. D'altronde, che il sogno migliore
sia orribile non costituisce consolazione.
L'unica via che mi rimane è fuggire. La mia fuga è
nei sogni; la mia fuga è nelle parole; quello che stai
leggendo è la mia fuga; finché crederò che
tu esisti e mi capisci, e mi vuoi bene, io continuerò a
scrivere. Continuando a scrivere io non mi sentirò solo;
e la tua vicinanza è il mio più grande sogno, amico
mio, amica mia, anima cara, anima sorella, sorella mia essere
umano.
C'è un palazzo di mattina, come nei dieci comandamenti
di Kieslowski. I balconi sono rivestiti di fòrmica arancione,
la stessa degli sgabelli degli asili. E io, che sono Dio, lì,
al penultimo piano, ci metto una finestra appannata. Tutto è
immobile nella nebbia che fa venire tanta voglia di brioche e
cappuccino, il rumore che si sente è la brezza, la lontana
autostrada, la radio dei vicini. Adesso faccio che un dito disegni
sulla condensa un segno senza significato. Adesso costruisco una
stanza dalle pareti ocra, i mobili del nonno, le puntine rosa
che tengono i poster delle riviste di cantanti. E alla scrivania
vicino alla finestra porto all'essere una mano lievemente paffuta,
acerba, dalla pelle irrorata di sangue dal freddo. Al pollice
ha un anello. Sta tormentandosi una pellicina sulla costa dell'unghia.
Lo smalto è di ieri, è uno smalto curativo, per
non mangiarsi le unghie. Sta pensando di farla finita. Perché
dentro sente un pozzo nero e vischioso che non la fa dormire,
e allora tanto vale buttarcisi dentro e non stare a prolungare
l'agonia. Si sta prima chiedendo, con un pensiero più che
altro ozioso, se non ci fosse per caso qualcun altro ad avere
la sue stessa precognizione del non senso di vivere. Si immagina,
allora, con un pizzico di autocompatimento adolescenziale, che
nel paese di Verdi, in un palazzo simile al suo, ci sia un sognatore
appassito, dal collo troppo lungo, dalla vita troppo corta.
Allora io, che sono il suo Dio, spalanco la porta della stanza
e la inondo di luce come un angelo. Compaio e lei mi riconosce,
proprio quello che stava immaginando: con quel labbro un po' viziato,
il naso a patata, quel tono di voce da rosa di plastica, da chi
sogna troppo ma nulla di speciale.
Sono io, lo so che è strano che ti sia apparso all'improvviso,
mentre mi stavi pensando, vero?
Tace e mi guarda stringendo gli occhi come per vederci meglio.
Fai conto che io sia una tua allucinazione, mi pensavi e sono
comparso, tutto qui! La cosa importante è che io ti posso
proporre una via a cui non avevi pensato.
A che proposito? Mi risponde sorridendo, come se quel dialogo
delirante fosse consueto, per lei. Deve essere una che sogna spesso.
A proposito del tuo pozzo.
Si fa seria.
Vedi, tu non vuoi soffrire tutta la vita a stare in una vita scadente
e a scadenza, giusto?
Mi ascolta attenta, senza darmi la soddisfazione di sbilanciarsi.
Ecco, pensa a questo: ci sono dei mondi che non esistono? Vanno
via prima e non vanno via mai, quei posti che non sai dove sono,
che stanno vicino alla vita, ma in cui si fugge dalla vita...
Hai capito?
Abbassa lo sguardo sul pavimento. Le sue guance sono un po' paffute,
la pelle è resa irregolare dall'acne. Alza le sopracciglia
e muove i piedi nervosamente, come se volesse azzardare una risposta
all'esame, sembrava tanto sicura, ma adesso che deve rispondere
pare una ragazzina delle medie...
I sogni? No, le illusioni? Io direi i sogni, no?
Certo, i sogni, certo! E tu sai di essere viva, vero? Tu senti
di esserci, vero? Ma se io ti dicessi che non c'è bisogno
di farla finita, perché tu non sei reale, no, sei proprio
un sogno! Tu sei un sogno, capisci? So che non ci crederai ma
io sono la persona che ti sta sognando. Tu mi stai sognando che
ti sto sognando, però sono io che sto sognando che tu mi
stai sognando, capisci? Capisci il lato bello? Non puoi morire!
Appoggia la guancia alla mano, guarda fuori dal vetro. Tira una
riga con l'indice sulla condensa, dall'alto verso il basso, distrattamente.
Si volta all'improvviso verso di me con espressione eccitata:
ecco perché è tutto senza contorni, non so chi sono,
le cose scompaiono via, non trovo mai un senso a nulla, vero?
E per questo, vero? Perché sono solo un sogno?
Credo di sì.
E perché sono proprio così?
Forse perché cerco di crederti reale. Forse perché
cerco di sentirmi capito da qualcuno.
A questo punto lei si alza, è in pigiama, un pigiama stinto
a righe e il bavero è messo male. Si avvicina a scrutarmi
come ci si guarda i denti allo specchio per scoprire l'evolvere
del tartaro. Adesso che mi è vicina mi sento molto imbarazzato,
mi sembra di prendermi gioco di lei, mi rendo conto di quanto
è stanca, dalle occhiaie, di quanto anche su di lei il
tempo passi.
Non mi sembri una persona molto felice.
Mi dice, e quasi mi metto a piangere.
No, le rispondo.
Perché vorrei essere come te, vorrei essere un sogno, senza
confini stagliati, nomade tra la mente dei sognatori, camaleontico,
senza età e senza tempo. Un sogno, capisci? Che viene amato,
che può essere effimero senza essere sprecato, un sogno:
che può essere crudele ma mai incarcerato. Il sogno che
è il cuore di chi vive ma non è nulla, non è
proprio nulla. E' per questo, mia Vèrucka che ti leggevo
su quell'album da piccolo in ospedale, mia Pètrucka che
ti ascoltavo in quella musica con i tamburelli, mia Nètôcka,
che mi hai fatto innamorare e straziare come soltanto Dio in croce
ha fatto prima di te. E' per questo, mia Yurôcka, parte
bella di me, che tu esisti.
Tu sei il mio pretesto per scrivere ancora stanotte, anzi stamattina
ormai, un pretesto, perdona la schiettezza, un po' opaco e poco
convincente, ma sufficiente per darmi la forza di rinunciare a
vivere per una notte e per un giorno e poter fuggire nei sogni,
nelle parole, cercare il calore di un lettore immaginario, cercare
disperatamente di accettarmi così meravigliosamente malriuscito
e sinceramente inutile.
Ecco,
adesso le parole stanno per finire, il vino è vecchio nel
bicchiere. Non ridere se ti dico che volevo amare ed essere amato!
Invece, in quella notte che sta cadendo giù adesso e che
sto tenendo con le ultime parole come una coperta che scivola
per terra, e che fra poco cadrà giù in quel buco
dove ieri ci stava soltanto la notte prima, (ieri, oh, ieri...
Ieri questa notte oramai appassita sembrava ancora immensa e eterna,
la soglia ad un passo dal cielo cobalto che non cambia più
colore) in questi ultimi respiri ancora odorosi di mago Sabbiolino,
volevo amare ed essere amato, e invece non ci sono riuscito. Ma
almeno ho sognato di amare, e ho sognato di essere amato.
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