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Ho paura della morte.
Della mia morte e della morte di chi amo.
Non accetto la morte. Non la accetto!

L'altra notte, preso dall'angoscia, mi sono messo a scrivere per sentirmi vicino a qualcuno, a qualcuno immaginario, perché ero solo. Anche adesso sono solo, ma sto immaginando te che leggi, e questo mi scalda. Quello che ho scritto è una spatafiata, non finisce più, poi alla fine parla dei sogni come strada per fuggire dall’angoscia. Veramente in questa sezione volevo fare un elenco, ma adesso ho questa cosa così lunga... Dovrei forse fare un menù come nella sezione 'esternazioni' ma è da leggere di seguito, quindi il menù a cosa servirebbe? Ma insomma la metto come l'ho scritta, perché così com'è ci sento il mio calore quindi non voglio stare a rimaneggiarla e rischiare che sia più efficace ma meno spontanea.




Non so bene con quale frase iniziare, ma forse questa va bene.
Vorrei che tu fossi un ergastolano chiuso in isolamento e alla disperata ricerca di parole, e trovassi soltanto le mie. Così potrei concederne una lunga e spropositata serie per descriverti tutto quello che vedo e tocco in questo momento, senza per questo farmi prendere dalla frenesia di essere interessante, conciso, pertinente.

Vedi, non so se centra, ma io ho fatto la pipì nel letto fino a dodici anni. Una sensazione che nient'altro ti può dare. Sfilare in un sogno come un filo in un tessuto di acqua e amore, ritornare lì dove hai avuto origine. Forse è per questo che, stanotte, trovando all'improvviso - e contro ogni buon senso - il dovere di scrivere, ho voluto aprirmi una bottiglia di Cuvèe del Centenario; che non so se è un buon vino: in fondo non l'ho scelto per altro che per la pancia della bottiglia, leggermente più rigonfia e paciosa che l'esile e severo profilo degli altri che avevo in cucina. E appena adesso avevo il naso che respirava nel bicchiere e il sapore che mi parlava di dolcezza e illusione, come se a cavallo della mia attenzione tutto il mio essere diventasse una pozza di inchiostro ambrato.

Ecco, allora se puoi, oltre ad essere un ergastolano in isolamento, sbronzati completamente, ti prego! Sì, ne ho bisogno, perché se tu adesso fossi sbronzo come ti immagino, allora la tua pelle sarebbe come cosparsa di papille umide: non avresti addosso la coltre del giudizio con la quale disseccare le mie parole dal vino... Io sto scrivendo queste parole con il vino e soltanto con il vino possono essere di nuovo dolci, calde, vive dentro di te... Vorrei circondarti delle mie parole liquide e molli e fare una pozza, intorno a te, una pozza di malinconica tenerezza, per condividere con te la sensazione che avevo quando, nel dormiveglia, i miei sogni si inzuppavano di bagnato calore e io sprofondavo indietro, per sentirmi abbracciato da una antica sirena che solo nei sogni ormai posso trovare.
Ma non ti sto dicendo ancora nulla e già mi sto perdendo. Mi guardo intorno per trovare qualcosa da descrivere per farti sentire qui: forse il letto a castello Ikea sopra di me che mi aspetta, forse le vene delle mie mani, sempre più individuabili, sempre più simili a come ho sempre visto le mani di mio padre. Ieri ho comperato la cover gialla per il mio 5210 che ho qui spento, e mi piace. Sto ascoltando Can you see me now delle TATU.
E non mi interessa se depone male che io ascolti musica commerciale, non sono qui per scrivere come se fossi una persona migliore di quello che sono.


Sono qui per scrivere qualcosa a cui tu non vorresti pensare.
Sono qui per scrivere quello che tutti sanno ma nessuno più dice.
Perché domani mattina devo duplicare la chiave della posta, il pomeriggio devo reinstallare il sistema operativo con Andrea e la sera andrò ad una festa con Ormas, sulla nostra nuova e ganzissima spider... Ma in un altro domani ci sarà quel tavolo di acciaio, in quella stanza, e il mio corpo disteso che viene svestito, che viene cucito, che viene ricomposto. Ci sarà il mio volto, sì, proprio il mio, quel visino da sognatore un po' viziato, che verrà imbottito di plastilina e cucito per assumere un'espressione serena.
Sì, amico mio, sì, sto anch'io pensando che sarà così anche per te... E credimi, pur non conoscendoti di persona mi si stringe il cuore e non vorrei, non vorrei che fosse così anche per te! Le parole qui mi muoiono in gola, continuare a scrivere mi sembra tremendamente stupido.
No. Noi non fuggiremo dalla sorte di tutti gli altri.
Tu morirai.

Oh, se almeno si potesse morire tutti insieme, in un unica pozza di sangue ambrato, sprofondati in un unico sogno incantato, abbracciati l'uno all'altro come un'unica umanità! Che Dio sia stramaledetto per non esistere! Ecco il perché di queste parole lagnose e avvinazzate: cerco di far salire l'acqua, di immergermi con te in un sentimento comune... Ti fa schifo, ti faccio ribrezzo, puzzo di morte come un becchino? Oh, certo, dimenticavo, si preferisce ascoltare le liete favole dei prelati che ingrassano vendendo orizzonti per trapassati, si preferisce trastullarsi con un presente holliwoodiano che sembra non passare mai, fino alla prima brezza gelida che annuncia l'imminente crepuscolo. Io tengo conto di questo, sono una persona elastica. Ti vuoi schernire? Stai erigendo le muraglie dei 'no, ma, però'? Bene, anzi meglio così.
In effetti, in un primo momento, mi sono stupito che anche le persone più intelligenti, parlando dell'inesorabilità della propria morte, aggiravano l'angoscia adducendo imprevisti copricapi: non ci sarò più quindi perché preoccuparmi, in qualche modo continuerò ad esistere nello spazio o in qualche altra forma di vita, non ci pensare finché sei vivo goditela, no? Mi viene in mente una scena da disaster-movie: l'enorme onda che sovrasta le vittime mentre loro si proteggono alzando il braccio o tendendo in avanti le mani, urlando aiuto, urlando di no. Quante volte, nei film, ho sentito un morente, un condannato, uno con una pistola contro la pancia sussurrare penosamente di no. E così anche ora, alle cinque e mezza, con le dita che si accasciano rallentate sulla tastiera, io lotto perché questa notte non finisca, e mi tenga con sé per sempre.
Aiutami.
Ho paura, non voglio morire. Non voglio che venga mai quel momento, in cui sentirò la pancia contrarsi, il sudore imperlarmi, il cuore impazzire, il freddo stringermi in uno spasmo e tutto il mio essere infuriare boccheggiante e incredulo. E tutto il mio essere, senza emettere voce, urlare dentro di me: no.
NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!

E' per questo che ti sto scrivendo adesso.
Ibernarsi non serve, e poi non potrò mai permettermi la criogenia. Inoltre, la scienza potrà allungare la vita, duplicarla, elevarla, ma non può piegare l'universo a perdurare senza avere una fine, e forse la stessa immortalità sarebbe una condizione insopportabile. D'altronde, che il sogno migliore sia orribile non costituisce consolazione.
L'unica via che mi rimane è fuggire. La mia fuga è nei sogni; la mia fuga è nelle parole; quello che stai leggendo è la mia fuga; finché crederò che tu esisti e mi capisci, e mi vuoi bene, io continuerò a scrivere. Continuando a scrivere io non mi sentirò solo; e la tua vicinanza è il mio più grande sogno, amico mio, amica mia, anima cara, anima sorella, sorella mia essere umano.

C'è un palazzo di mattina, come nei dieci comandamenti di Kieslowski. I balconi sono rivestiti di fòrmica arancione, la stessa degli sgabelli degli asili. E io, che sono Dio, lì, al penultimo piano, ci metto una finestra appannata. Tutto è immobile nella nebbia che fa venire tanta voglia di brioche e cappuccino, il rumore che si sente è la brezza, la lontana autostrada, la radio dei vicini. Adesso faccio che un dito disegni sulla condensa un segno senza significato. Adesso costruisco una stanza dalle pareti ocra, i mobili del nonno, le puntine rosa che tengono i poster delle riviste di cantanti. E alla scrivania vicino alla finestra porto all'essere una mano lievemente paffuta, acerba, dalla pelle irrorata di sangue dal freddo. Al pollice ha un anello. Sta tormentandosi una pellicina sulla costa dell'unghia. Lo smalto è di ieri, è uno smalto curativo, per non mangiarsi le unghie. Sta pensando di farla finita. Perché dentro sente un pozzo nero e vischioso che non la fa dormire, e allora tanto vale buttarcisi dentro e non stare a prolungare l'agonia. Si sta prima chiedendo, con un pensiero più che altro ozioso, se non ci fosse per caso qualcun altro ad avere la sue stessa precognizione del non senso di vivere. Si immagina, allora, con un pizzico di autocompatimento adolescenziale, che nel paese di Verdi, in un palazzo simile al suo, ci sia un sognatore appassito, dal collo troppo lungo, dalla vita troppo corta.
Allora io, che sono il suo Dio, spalanco la porta della stanza e la inondo di luce come un angelo. Compaio e lei mi riconosce, proprio quello che stava immaginando: con quel labbro un po' viziato, il naso a patata, quel tono di voce da rosa di plastica, da chi sogna troppo ma nulla di speciale.
Sono io, lo so che è strano che ti sia apparso all'improvviso, mentre mi stavi pensando, vero?
Tace e mi guarda stringendo gli occhi come per vederci meglio.
Fai conto che io sia una tua allucinazione, mi pensavi e sono comparso, tutto qui! La cosa importante è che io ti posso proporre una via a cui non avevi pensato.
A che proposito? Mi risponde sorridendo, come se quel dialogo delirante fosse consueto, per lei. Deve essere una che sogna spesso.
A proposito del tuo pozzo.
Si fa seria.
Vedi, tu non vuoi soffrire tutta la vita a stare in una vita scadente e a scadenza, giusto?
Mi ascolta attenta, senza darmi la soddisfazione di sbilanciarsi.
Ecco, pensa a questo: ci sono dei mondi che non esistono? Vanno via prima e non vanno via mai, quei posti che non sai dove sono, che stanno vicino alla vita, ma in cui si fugge dalla vita... Hai capito?
Abbassa lo sguardo sul pavimento. Le sue guance sono un po' paffute, la pelle è resa irregolare dall'acne. Alza le sopracciglia e muove i piedi nervosamente, come se volesse azzardare una risposta all'esame, sembrava tanto sicura, ma adesso che deve rispondere pare una ragazzina delle medie...
I sogni? No, le illusioni? Io direi i sogni, no?
Certo, i sogni, certo! E tu sai di essere viva, vero? Tu senti di esserci, vero? Ma se io ti dicessi che non c'è bisogno di farla finita, perché tu non sei reale, no, sei proprio un sogno! Tu sei un sogno, capisci? So che non ci crederai ma io sono la persona che ti sta sognando. Tu mi stai sognando che ti sto sognando, però sono io che sto sognando che tu mi stai sognando, capisci? Capisci il lato bello? Non puoi morire!
Appoggia la guancia alla mano, guarda fuori dal vetro. Tira una riga con l'indice sulla condensa, dall'alto verso il basso, distrattamente. Si volta all'improvviso verso di me con espressione eccitata: ecco perché è tutto senza contorni, non so chi sono, le cose scompaiono via, non trovo mai un senso a nulla, vero? E per questo, vero? Perché sono solo un sogno?
Credo di sì.
E perché sono proprio così?
Forse perché cerco di crederti reale. Forse perché cerco di sentirmi capito da qualcuno.
A questo punto lei si alza, è in pigiama, un pigiama stinto a righe e il bavero è messo male. Si avvicina a scrutarmi come ci si guarda i denti allo specchio per scoprire l'evolvere del tartaro. Adesso che mi è vicina mi sento molto imbarazzato, mi sembra di prendermi gioco di lei, mi rendo conto di quanto è stanca, dalle occhiaie, di quanto anche su di lei il tempo passi.
Non mi sembri una persona molto felice.
Mi dice, e quasi mi metto a piangere.
No, le rispondo.
Perché vorrei essere come te, vorrei essere un sogno, senza confini stagliati, nomade tra la mente dei sognatori, camaleontico, senza età e senza tempo. Un sogno, capisci? Che viene amato, che può essere effimero senza essere sprecato, un sogno: che può essere crudele ma mai incarcerato. Il sogno che è il cuore di chi vive ma non è nulla, non è proprio nulla. E' per questo, mia Vèrucka che ti leggevo su quell'album da piccolo in ospedale, mia Pètrucka che ti ascoltavo in quella musica con i tamburelli, mia Nètôcka, che mi hai fatto innamorare e straziare come soltanto Dio in croce ha fatto prima di te. E' per questo, mia Yurôcka, parte bella di me, che tu esisti.

Tu sei il mio pretesto per scrivere ancora stanotte, anzi stamattina ormai, un pretesto, perdona la schiettezza, un po' opaco e poco convincente, ma sufficiente per darmi la forza di rinunciare a vivere per una notte e per un giorno e poter fuggire nei sogni, nelle parole, cercare il calore di un lettore immaginario, cercare disperatamente di accettarmi così meravigliosamente malriuscito e sinceramente inutile.

Ecco, adesso le parole stanno per finire, il vino è vecchio nel bicchiere. Non ridere se ti dico che volevo amare ed essere amato! Invece, in quella notte che sta cadendo giù adesso e che sto tenendo con le ultime parole come una coperta che scivola per terra, e che fra poco cadrà giù in quel buco dove ieri ci stava soltanto la notte prima, (ieri, oh, ieri... Ieri questa notte oramai appassita sembrava ancora immensa e eterna, la soglia ad un passo dal cielo cobalto che non cambia più colore) in questi ultimi respiri ancora odorosi di mago Sabbiolino, volevo amare ed essere amato, e invece non ci sono riuscito. Ma almeno ho sognato di amare, e ho sognato di essere amato.




angoscia della morte






© BLUQUADRO    

 















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